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	<title>India &#8211; Lost In Fashion</title>
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		<title>India: Shopping &#038; Sula</title>
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				<pubDate>Tue, 20 Nov 2012 13:56:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Paoli]]></dc:creator>
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								<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2012/11/VenditaPerPersone.png" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img class="alignright" alt="VenditaPerPersone" src="http://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2012/11/VenditaPerPersone-225x300.png" /></a>L&#8217;hotel Vivanta Ambassador by Taj è veramente geniale. Si trova a minuti 2 a piedi dal Kahn Market, una passeggiata a piedi tra basse costruzioni a ferro di cavallo che ospitano negozietti di ogni tipo (cianfrusaglie, tessuti, sari, pashmine cartolerie, alimentari, aiuto) dove mi sono imbattuta nel super chic (mai che riuscissi a spendere poco) Good Earth. Good Earth è un brand indiano, che produce, in modo sostenibile e utilizzando artigianalità locali, collezioni di abbigliamento, tessuti per la casa, accessori, porcellane e via dicendo (presenti anche brand internazionali, ma solo nel settore beauty). Molto curati e moderni i capi di abbigliamento dal sapore meno folkloristico, colorato e rilassante l&#8217;ambiente, che nel negozio di Kahn Market &#8211; su due piani &#8211; offre anche un caffè e ristorante dal decor irresistivile dove, dopo aver individuato tutte le cose da comprare, abbiamo sperimentato il frizzantino locale, il Sula. L&#8217;aperitivo è squisito: focaccia calda e, da stuzzicare, un tempura di zucchini veramente perfetto. Il Sula è lo &#8220;champagne&#8221; locale. Coltivato nel Nashink, a 180 km nord di Mumbai, è arrivato sul mercato nel 2000 ed è stato acclamato tra i migliori vini locali. Consiglio di consumarlo molto freddo. Per non farci mancare nulla, io e Annalisa abbiamo ordinato una bottiglia di Sula Brut. Il tappo è partito a razzo ed è finito sul vicino di tavolo che stava bevendo un cappuccino con una ragazza (e ancora non sa che si sposerà entro l&#8217;anno). Clientela del caffè indiana e internazionale. Ho comprato: pantaloni in seta con decori argentari in color grigio cangiante come quelli che vedete nell&#8217;outfit intero in grigio. Secondo Annalisa: &#8220;perfetti con una canotta la domenica mattina per il brunch&#8221;. Col Sula poi erano imprescindibili. www.goodearth.in</p>
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		<title>Viaggio in India: giorno # 1 Si parte!</title>
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				<pubDate>Wed, 14 Nov 2012 15:31:10 +0000</pubDate>
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								<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2014/04/IndiaG1.png" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img class="alignright" alt="IndiaG1" src="http://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2014/04/IndiaG1.png" /></a>Più che il primo giorno, la prima notte. Partire con la Jet Airways da Milano Malpensa è davvero la scelta giusta. Il volo è alle 21,25 e quindi hai tutta la giornata a disposizione. In aeroporto si arriva per le 7 di sera, senza stress, senza neanche accorgertene. Prima di salire sull’auto che mi ha portato a Malpensa, ho tolto vestiti dalla valigia. Dei sandali di Gucci giallo limone, un vestito corto color ottanio. Una pochette di paglia. La valigia è rimasta ugualmente oversize. Non riesco a viaggiare leggera, mi rassicura sapere che ho tutte le mie cianfrusaglie a cui però, in qualsiasi momento, posso rinunciare (lascio negli hotel moltissimi trucchi, creme, borsette e anche scarpe, che generosa). Ad ogni modo, il momento veramente cruciale al check in è stato quello della “spartizione”. C’erano solo 3 posti in Premiere per 8 passeggeri. Chi vuole andare in business? Dopo un’esitazione di 1 secondo, dovuta a una verifica che non fosse San Pietro a far la domanda e a negarmi il Paradiso in caso di poca generosità, mi sono offerta al sacrificio e così carta d’imbarco azzurra alla mano, dopo una sosta alla Lounge Alitalia (pizzette buonissime, ma dico, dove le prendono?), sono salita dall’entrata Premiere sul volo Milano-New Delhi.<br />
Adoro quando gli assistenti di volo mi chiamano Miss Paoli. Mi sento veramente una celebrity, come sapessero il mio nome da sempre e non l’avessero letto un minuto prima sulla carta d’imbarco. La Premiere della Jet Airways ha una conformazione veramente originale. I posti sono disposti a lisca di pesce, in modo che tutti abbiano accesso al corridoio e una maggiore privacy, al momento di trasformare la poltrona in letto. La poltrona è spaziosa, e vi si trovano già cuscino, una trapuntina leggera, una coperta a scacchi (c’è anche in Economy) e, insieme all’aperitivo (ho preso champagne Billecart-Salmon Brut e mangiato tante/troppe mandorle), ti viene consegnata la pochette da viaggio, firmata Lanvin. Nella pochette ci sono mascherina, calzettoni, crema idratante, burro di cacao, spazzolino e dentifricio. La vera comodità è avere tutto a disposizione specie quando la borsa è stata sistemata nella cappelliera e siete troppo rilassati (o brilli) per alzarvi e cercare la vostra trousse.<br />
Veniamo al sedile. La poltrona ha un predellino proprio ad altezza ginocchia di fronte a voi. Una volta richiesta la posizione letto (indicata con un ZZZ, che ho capito pure io), lo schienale scivola verso il basso in posizione orizzontale e la parte del poggiapiedi va a unirsi al predellino, dando vita a un letto totalmente parallelo al pavimento. Ammetto, alle dieci e un quarto ero già tentata di pigiare lo ZZZ e salutare tutti (Notte, Miss Paoli…) ma volevo “provare” la cena e così mi sono fatta forza, ho letto Vogue Italia (che è stato messo ZZZ in un secondo) e poi l’indiano Femina, che portava l’imprescindibile titolo: Gioielli da non tenere in cassaforte, e che ho mirato trangugiando mandorle e Billecart-salmon.<br />
AL momento della cena, il tavolinetto viene apparecchiato con tovaglia bianca, un set di posate (2 forchette, 2 coltelli, 2 cucchiai e un cucchiaino, la cosa si fa seria) e stoviglie firmate William Edwards (che ha creato i servizi di piatti per il Ritz di Londra, per dire) create in esclusiva per Jet Airways. Ho scelto (come quasi tutti i giorni in India) come portata principale il pollo con riso basmati giallo, che è arrivato accompagnato da ciotoline con verdure e una salsa che mi pareva allo Yogurth. In una stagnola argento con righe verdi c’era il pane caldo alle verdure (chapati, buonissimo) che mi ha veramente predisposto al sonno. Ma mai quanto vedere, dal monitor del mio posto, che mancavano “solo” 6 ore e 20 all’atterraggio e volevo assolutamente mettermi in posizione ZZZ.<br />
“Presto, presto…ho finito, può sparecchiare….”.<br />
Il tavolinetto è stato sgomberato in un batter d’occhio. Come maschera di bellezza ho passato una velina intrisa di Lotion Corporelle Lanvin sul viso, un po’ per detergere un po’ per idratare. A quel punto non rimaneva che stendersi, coprirsi con la trapuntina e… ZZZ.<br />
“Notte, Miss Paoli!”, l’ultima cosa che ho sentito. La prima che ho detto: Buon giorno India!<br />
Il resto lo sapete già! Al prossimo viaggio!</p>

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		<title>Viaggio in India: giorno #2 Nella leggenda</title>
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				<pubDate>Tue, 13 Nov 2012 15:43:23 +0000</pubDate>
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				<description><![CDATA[<p>Non si è mai troppo stanchi per entrare in una leggenda. Anche se si è volato tutta la notte per [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2014/04/IndiaG2.png" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img class="alignright" alt="IndiaG2" src="http://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2014/04/IndiaG2-225x300.png" /></a>Non si è mai troppo stanchi per entrare in una leggenda. Anche se si è volato tutta la notte per arrivare da Milano a Delhi, e poi la mattina su un’India verde e misteriosa, per arrivare da Delhi a Mumbai. Non si è mai troppo stanchi per pronunciare il nome di un palazzo che è un viaggio esso stesso, per passare sotto un metal detector che ricorda che c’è un prima e dopo, nella vita di tutti e di ogni cosa.<br />
Il Taj Mahal Palace di Mumbai è il sogno dei marahaja, la cupola da cartolina, lo squarcio del terrorismo e la trama fitta di persone e fatti che si sono succeduti in quei corridoi e ne hanno impregnato mura, bar e suite. Costruito da Jamsetji Tata alla fine del 1800, inaugurato nel 1903, è da allora il simbolo della città (e della nazione) e ogni personalità che ha visitato l’India nel corso del secolo scorso, si è fermata lì (modestamente, anche io). Le foto nel corridoio che uniscono il palazzo originario alla torre costruita nel 1973, mostrano solo alcuni degli ospiti famosi: John Lennon e Yoko Ono scalzi, un’elegante Gina Lollobrigida, ma poi ci sono le suite che hanno ospitato i ricchi e famosi a raccontare anche senza parlare: i marmi intarsiati d’oro del bagno della suite di Angelina Jolie e Brad Pitt con il dondolo nel soggiorno, i due piani e la magnificenza di quella scelta da Oprah Winfrey e la suite del maestro Pandit Ravi Shankar da cui George Harrison ha imparato a suonare il sitar. Ogni angolo sussurra leggende, quotidiane o straordinarie.<br />
La mia leggenda personale si è consumata affacciandosi alla finestra e scorgendo il mar d’Arabia affollato di barche e poi la maestosità decadente del palazzo di fronte, una costruzione circondata di vegetazione dove qualcuno ha giurato di aver visto pappagalli colorati.<br />
Dopo un aperitivo all’Harbour bar (vanta la prima licenza per alcolici dell’India, datata 1933) siamo saliti al ristorante libanese Souk. Un clima internazionale, una cena prelibata, uno scambio di sincerità (“Quasi ogni cosa che tocchi o vedi in India è Tata”, dal cognome del fondatore del Taj e di una multinazionale con diramazioni in ogni campo, dalle auto alla tecnologia), una coppa di champagne (ok, più d’una), una scappata (degli altri) al Leopold (una famosissima birreria proprio vicina all&#8217;albergo), una passeggiata nei corridoi sulle scarpe glitter di Miu Miu, un ultimo sguardo alle barche dalla finestra e una notte leggera, volata come un soffio.<br />
Chissà se era un soffio di Tata.</p>
<p>Hotel Taj Mahal Palace, Apollo Bunder, Mumbai www.tajhotels.com</p>

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		<title>Viaggio in India: giorno # 3 la Spa</title>
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				<pubDate>Mon, 12 Nov 2012 15:52:07 +0000</pubDate>
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				<description><![CDATA[<p>La spa del Vivanta by Taj Bekal è la più grande dell’intera India (più di 15 mila metri quadrati). Ci [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2014/04/IndiaG3.png" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img class="alignright" alt="IndiaG3" src="http://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2014/04/IndiaG3-225x300.png" /></a>La spa del Vivanta by Taj Bekal è la più grande dell’intera India (più di 15 mila metri quadrati). Ci si accede da un ponte sull’acqua e appena ci si avvicina all’edificio i nervi si distendono (anche i miei). Sarà perché la spa è ispirata ai principi dell’Ayurveda, l’antichissima medicina indiana, e quindi non promette solo beltà o benessere ma guarigione (healing) e tutti abbiamo bisogno di guarire, non tanto (e non solo) da patologie fisiche, ma da quello che inquina e incrina la nostra vita interiore, lo stress, il senso di colpa, la malinconia, il mal di vivere e l’angoscia (sul brutto carattere, che farebbe al caso mio, sto ancora indagando). Ecco, quando entri alla Jiva Grande spa (l’eccellenza delle spa Jiva) e il medico ayurvedico ti accoglie con una tisana al lime, il cuore fa un piccolo movimento verso l’alto. Come ritrovasse il suo posto originario o ne cercasse uno più “comodo”. E’ quello che serve per ri-cominciare.<br />
La visita agli spazi è già un bagno di benessere: le cabine sono suite, spesso con due posti, con bagno turco privato, vasche e chaise-longue per terminare i rituali di benessere col riposo. Ci sono padiglioni dedicati ai rituali indiani dell’Alepa e del Abhisheka (speciali trattamenti corpo con impacchi, massaggi e altro: per saperne di più www.vivantabytaj.com), e uno spazio all’aperto per le cerimonie del fuoco, officiate da un ministro locale, con cui si augura al richiedente lunga vita e salute (Homams).<br />
L’ideale sarebbe fermarsi 14 giorni per compiere il percorso Panchkarma: una purificazione del corpo (e della mente) attraverso 5 vie, da fare sotto controllo medico, e che ti “rimette” al mondo.<br />
Io, in due giorni, ho provato tre trattamenti: l’Hair Spa (perché i capelli sono la mia fissazione), un Trattamento Viso, e il Massaggio Aromaterapia.<br />
Dell’Hair spa segnalo il bagno di vapore (come quello che si fa per il viso) fatto sotto un casco ad hoc che miracolosamente non faceva caldo o prurito. Si parte con maschera esfoliante (il prodotto specifico era Schwarzkopf e un po’ ci sono rimasta male, volevo un prodotto indiano), seguito da shampoo e poi dall’applicazione di una maschera nutriente (indiana!), bagno vapore, shampoo e piega (a proposito, il sedile del lavatesta è reclinabile e ha un poggiapiedi che si alza, comodissimo).<br />
Il trattamento del viso è stato veramente una vacanza dalla vita: detersione, maschera e massaggio profondo eppure delicato e un risultato di tonificazione e luminosità della pelle visibile (lo hanno notato pure i maschi del gruppo, direi una garanzia) a fine trattamento. Durante la posa della maschera, massaggio a mani e piedi.<br />
Il massaggio al corpo, preceduto da un bagno di vapore per aprire i pori e eliminare tossine, comincia invece con un “lavaggio dei piedi”. La terapista ti fa sedere su una poltrona e immergere i piedi in un bacile di metallo argentato (o almeno mi pare, la luce era soffusa), pronunciando le seguenti parole: “Noi a Jiva crediamo che ogni ospite sia un Dio”. Non ho fatto a tempo a sentire come si concludeva la frase, perché sulle caviglie ho avvertito un formicolio delicato: erano petali di rose che toccavano prima me e poi l’acqua, in cui veniva miscelato un olio profumato con cui massaggiare i piedi. Dopo questa cerimonia d’ingresso, ci si stende sul lettino e comincia il massaggio del corpo (più o meno vigoroso, a vostra richiesta) con oli profumati di cui viene preventivamente fatto “testare” l’odore (se gradevole). Dopo un’ora circa, ritorni alla realtà. O almeno ci torna il corpo. La mente, la mia, purtroppo era rimasta intrappolata nei pensieri, e non sono riuscita a “staccarla” per un solo istante. Ho bisogno di 15 giorni filati di JIva Spa, non c’è alternativa.</p>

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		<title>Viaggio in India: giorno #4 Vivanta by Taj Bekal</title>
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				<pubDate>Fri, 09 Nov 2012 16:07:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Paoli]]></dc:creator>
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								<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2014/04/IndiaG4.png" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img class="alignright" alt="IndiaG4" src="http://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2014/04/IndiaG4-225x300.png" /></a>Il paradiso è sempre dietro a un cancello. Anche in Kerala. Ma di quello del Vivanta by Taj Bekal non ha le chiavi San Pietro. Il cancello è telecomandato e si schiude su un vialetto che arriva di fronte a un ingresso con colonne e porticato. Il rito è lo stesso: una salvietta per rinfrescarti le mani, ragazze indiane pronte a disegnarti il terzo occhio in fronte e incoronarti di fiori, un drink di frutta o alcolico. All’arrivo era vino bianco. Welcome!<br />
Il resort con spa è aperto a maggio 2012 e riluce di nuovo e di bellezza. Gli spazi, dalla lounge alla reception, non hanno mura e accolgono senza barriere l’umido del tropico, l’odore della terra, il rumore della pioggia, quello dei miei tacchi e il canto del muezzin che invita alla preghiera (il Kerala è un paese a maggioranza musulmana).<br />
La mia stanza, di fronte alla lounge, era la 462. Ci ho messo un po’ a capire che il numero era inciso nella base dell’elefantino scolpito nella pietra a sinistra del cancelletto vista Ganesh (un bassorielevo) che introduceva alla mia “proprietà”. Ma, l’ho detto, il paradiso non è dentro le mura, ma dietro al cancello. Svoltando nel giardino, ecco una piccola piscina privata in marmo grigio, un tavolinetto con due poltroncine per far colazione all’aperto, una vasca ovale sotto una tettoia accanto una parete di candele (elettriche, ma capaci di provocare lo stesso stupore, accendendosi al tramonto), e – dulcis in fondo – un day bed a due piazze sospeso in aria in un gazebo vista piscina, su cui ho passato ogni momento libero e ho meditato di dormire la notte, trascinando la coperta del lettone su questo giaciglio volante, sollevata da terra e da tutti i miei pensieri, una volta tanto.<br />
Dopo la cena, la prima sera, ho fatto il bagno in piscina. Per scendere le scalette ci ho messo 20 minuti. Ho sempre freddo, anche ai tropici. L’acqua era densa e tiepida. Dalla piscina si vedeva il dondolo, la stanza, la vasca e il tavolino con due sedie per la colazione. Il paradiso non è facile da sostenere da soli. Ti riempie gli occhi e subito dopo arrivano le lacrime. Andateci con qualcuno: è maestoso, denso e commuovente. Troppo per una persona sola.<br />
Io, ad esempio, vorrei farlo vedere a mamma. Mostrarle l’asse da stiro di fronte al mio guardaroba, e poi, guarda! – le candele non hanno fiamma, eppure la luce cade e riavvampa come fiamma vera. Mamma: siediti sul dondolo, ti aiuto! Non è meraviglioso starcene qui? Domattina ci facciamo portare quelle focaccine buonissime, i chapata, e caffè facciamo colazione in piscina, ti piace l’idea?<br />
Il paradiso va per forza spartito.<br />
Io l’ho condiviso con Melville. Il tomo di Moby Dick sullo stomaco mentre stesa sul dondolo, guardavo in aria, incapace di far altro che sospirare. Invece c’era molto altro da fare. Prossimo post, i trattamenti alla Spa. Il Kerala è la patria dell&#8217;Ayurveda&#8230;</p>
<p>Per conoscenza: una camera standard con déhor e day bed costa 300 dollari a notte. Molto bella la stanza con piscina a L, giardino e vista fiume, costa 600 dollari a notte. Indirizzo: Vivanta by Taj &#8211; Bekal, Kerala. Kappil Beach, Kasaragod 671319, vivanta.bekal@tajhotels.com</p>

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		<title>Viaggio in India: giorno #5. Terra e Aria</title>
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				<pubDate>Thu, 08 Nov 2012 16:15:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Paoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Silvia Paoli]]></category>
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								<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2014/04/IndiaG5.png" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img class="alignright" alt="IndiaG5" src="http://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2014/04/IndiaG5.png" /></a>Per tornare dal Kerala (sud ovest dell’India) ci siamo alzati alle 5. Ho passato gli ultimi minuti prima del viaggio nella mia stanza al Vivanta by Taj Bekal stesa sul dondolo (un letto meraviglioso), con gli occhi chiusi pesanti come macigni e lo stomaco sottosopra. Nella lounge c’erano caffè e croissant. Ho rubato tutti quelli del piatto di Severino. Le partenze mi feriscono, come se non avessi ancora finito di star in un posto (per far cosa, non si sa bene). Così devo assolutamente tamponare il senso di vuoto con pensieri e parole, ma anche i pancake di solito funzionano.<br />
Sul pulmino ho chiuso gli occhi. Per arrivare all’aeroporto di Mangalore ci vogliono circa due ore e il percorso lo conoscevo dal viaggio di andata, fatto due giorni prima. Eppure, a occhi chiusi, rivedevo tutto.<br />
Le strade parlano. Quelle dell’India urlano. Non hanno censure, perbenismo o falsi pudori. Le strade sono lì, a tua disposizione, e puoi prendere quello che vuoi. L’alba dei ragazzini alla fermata del bus, che aspettano in uniforme di andare a scuola. Le donne che con una ramazza rassettano il cortile, che che si impolvera ogni giorno e ogni giorno viene spolverato. Sulle strade c’è un movimento simile a un flusso di sangue. Sarà perché la terra d’India è rossa e trasuda umido ed è viva. Ogni monsone spacca, crea buche, dissesta, costringe a svolte, a frenate, a strombazzate di clacson. Nella strada si scorre come globuli rossi. Tutti hanno una meta: gli autocarri con il carico di bombole di gas, quelli con il carico di operai scalzi destinazione cantiere, le coppie in moto con gli acquisti da fare o già fatti, le auto nuove, quelle ammaccate. Noi andiamo all’aeroporto.<br />
L’aeroporto è piccolo e nuovo. La Jet Airways, la nostra compagnia, vola qui da Mumbai. Dunque faremo due voli, a brevissima distanza uno dell’altro, Mangalore-Mumbai, Mumba-Delhi, la destinazione finale. In India ogni bagaglio a mano viene dotato di un’etichetta, vidimata al controllo sicurezza, quando le donne, in apposito camerino, vengono “perquisite” da agenti donne, che di solito guardano in terra o in aria e mai te, e poi timbrano la carta d’imbarco con un inchiostro fresco che i passeggeri sventolano in aria prima di infilare nel passaporto, perché non lasci segno.<br />
Gli aerei, tutti quelli che ho presi, erano nuovi. In business, diversamente dalle compagnie europee, non ci sono sedili ma poltrone, simili a troni. Ma l’Economy è comoda, e il servizio puntuale e gentile. E poi c’è la musica, quella musica. L’ho notata appena ho messo il piede dentro nel primo volo a Malpensa e mi sono accomodata in premiere. Una playlist di pezzi strumentali al pianoforte, tra cui ho riconosciuto Steven Schalcks, John Lennon (Imagine, estended version dura più o meno 20 minuti, scherzo…), Cindy Lauper (Time after Time).<br />
Su tutti i voli ho sentito la stessa playlist. E ho avuto la stessa sensazione di essere nel “posto” giusto. Di non aver sbagliato. Che fosse vecchia Europa o un aeroporto in mezzo alla foresta tropicale (questo è il Kerala). Non so se è una scelta, su di me ha avuto un effetto calmante come quando entri in casa e hai lasciato la luce accesa e ti senti inspiegabilmente meno sola.<br />
Sul primo volo, sempre per quel vuoto di cui sopra, ho mangiato il panino vegetariano, una specie di fagottino di pasta sfoglia con verdure(buono), mentre Laura accanto a me, apriva il suo sfilatino farcito di pollo in due per mangiare solo uno (“dissero pollo, eran peperoni”).<br />
Scesi a Mumbai, il colpo di genio: il volo che dovevamo prendere stava imbarcando, ma si trovava esattamente a 4 uscite dalla porta del finger da cui eravamo sbarcati. E’ bastato fare un corridoio comune, far controllare le carte d’imbarco e siamo saliti sul volo. Nell’aria suonava Imagine di John Lennon e io ero seduta accanto a un ragazzo che aveva il tomo di 1Q84 di Murakami sulle ginocchia. Volevo attaccare bottone per dirgli che era il mio libro preferito dell’anno, ma il ragazzo – nasata la mia imboscata – ha messo il tomo sul tavolinetto e, come fosse un cuscino, ci si è accasciato sopra per dormire.<br />
Io, invece, per via di quel vuoto di cui sopra (ma che voragine era?), ho mangiato pollo con riso e verdure e anche un gelato alla vaniglia. Ho letto la rivista di Jet Airways, un mensile patinato, pieno di cose interessanti. Finalmente, appoggiata al finestrino, mi sono addormentata. E sono scesa a Delhi, di cui sapete già tutto.</p>

<a href='https://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2014/04/IndiaG5b.jpeg' title="" data-rl_title="" class="rl-gallery-link" data-rl_caption="" data-rel="lightbox-gallery-5"><img width="150" height="150" src="https://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2014/04/IndiaG5b-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="" /></a>

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		<title>India: giorno # 6 a piedi nudi nel tempio</title>
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				<pubDate>Wed, 07 Nov 2012 16:20:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Paoli]]></dc:creator>
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				<description><![CDATA[<p>Il mercato di Chandi Road ha lo stesso caos, gli stessi odori, lo stesso andirivieni di folla e di merci [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2014/04/IndiaG6.png" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img class="alignright" alt="IndiaG6" src="http://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2014/04/IndiaG6-225x300.png" /></a>Il mercato di Chandi Road ha lo stesso caos, gli stessi odori, lo stesso andirivieni di folla e di merci dei quartieri del commercio di tutto l’Oriente. Per girarlo, la nostra guida, Anil, letteralmente vento, ha pensato che fosse meglio un mezzo su ruote. Il risciò. Scesi dal pulmino siamo stati accerchiati da una banda di pedalatori in cerca di passeggeri. Contrattato il prezzo (200 rupie a testa), siamo saliti sul carrozzino a pedali e siamo partiti. Se mi sentivo in colpa perché una persona faticava tanto per trasportarmi? Per nulla. Mi sentivo tranquillissima, come lo erano le donne in sari, i signori ben più robusti di me e gli altri clienti abituali del risciò. Il problema non è morale, è più…sensoriale. Ti si frange tutto addosso. Gli odori suadenti e quelli molesti, i carri carichi di sacchi destinati ai negozi (più che negozi sono loculi, ma hanno un indirizzo), i fili elettrici che piovono dal cielo come liane e ti chiedi quale mano divina tenga “in sicurezza”, il fracasso del traffico (il costume è piazzare una mano sul clacson e lasciarcela…), la vista di un pulman a mezzo centimetro dal tuo gomito, e altre amenities che fanno parte del pacchetto “bello il giro in risciò, ma il prossimo lo faccio nel 2050” (ps il primo lo dovete fare, è una gioia del cuore, se resiste, il cuore). Siamo scesi solo per far incetta di spezie (io mi sono astenuta, ma le colleghe abili ai fornelli hanno svaligiato il negozio), visitare il vicolo del peperoncino (e sternutire per i successivi 20 minuti) e per far foto…venute tutte male per sopraggiungere incessante di altri risciò, persone, sacchi, cartoni, mezzi e turbanti. Ma Anil-vento aveva per noi in serbo altre sorprese. Il tempio Sikh Bagla Saheb, vicino alla piazza<br />
Si entra tutti a capo coperto, con veli o fazzolettini, e piedi nudi. No, non calzettoni, nudi nudi. IL marmo è fresco e lindo. E il rispetto per il luogo annulla ogni riserva. Ricordo i turbanti dei celebranti che salmodiavano seduti sui tappeti in microfoni hi-tech, le donne assorte di fronte alla stanza col letto dove il libro sacro viene riposto la notte, le file – all’ingresso – per la distribuzione in sacchettini di plastica trasparente di acqua benedetta, l’enorme vasca di marmo a cielo aperto, e la visita alle cucina. Nel tempio, infatti, vengono serviti dei pasti. A migliaia, e chissà quante decine di migliaia, di persone, che si succedono a ondate, dal corridoio esterno fino a una larga sala antistante la cucina, in cui sottile guide beige disegnano a terra strisce di posti a sedere di fronte ai quali si appoggeranno i vassoi col pasto.<br />
Le cucine sono il vero spettacolo. Volontari o impiegati del posto, scalzi e silenziosi, accoccolati a terra, impastano su enormi lastre di marmo le focaccine di pane che si cuociono sulla vicina piastra, mentre su enormi pentoloni sul fuoco, ribollono curry di verdure fumanti, poi travasate in secchi e servite ai fedeli ma anche a tutti gli affamati che passano dal tempio per mangiare.<br />
Ricordo il silenzio, la penombra, una bambina di 5 anni che impastava accanto alla mamma una pallina di pasta con mani piccole e goffe, l’odore di spezie e le focaccine tolte dalla piastra e “saltate” in grandi ceste di plastica per la distribuzione. Ho assaggiato il pane, un pezzo così piccolo che assomigliava più a una briciola che a un morso. Non so se per paura del cibo o per il sentimento di non essere degna. Andateci è bello, è toccante, è capace di zittire anche il mio cinismo più nascosto.</p>

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		<title>Viaggio in India: giorno # 6. Il parco Lodhi</title>
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				<pubDate>Tue, 06 Nov 2012 16:32:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Paoli]]></dc:creator>
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Dato che eravamo lì per far del moto, al parco siamo andati in taxi.<br />
“Quanto siete allenati?”<br />
“Non siamo allenati”.<br />
“Facciamo qualcosa di leggero”.<br />
La prima ginnastica l’abbiamo fatta con gli occhi camminando nel viale d’accesso. La luce dei lampioni bucava il buio e si irradiava nella nebbia. Era come attraversare tende impalpabili, da cui spuntavano vecchie signore in tunica (con sotto i pantaloni), giovani in tuta, anziani con pance prominenti e passo svelto, tutta una città sveglia e silenziosa, mobilitata per tenersi in forma, prima che il giorno prendesse forma e li portasse chissà dove.<br />
In uno slargo circolare del viale, ci siamo fermati per iniziare il nostro training. Yoga? No. Meditazione? Neanche. Danza indiana? Magari. Aerobica. Un’aerobica leggera e sostenibile (gli avevamo detto che eravamo due catorci), fatta di salti e passi e galoppo laterale e giri dello spiazzo a ritmo di Excellent e Very Good. Ma sono proprio io – mi ripetevo saltellando indomita sul terreno battuto – sono io che io sto facendo aerobica in un parco in India? C’è qualcosa di miracolosamente insensato nella vita, qualcosa di ingenuo e commuovente che rompe il fiato e ti rimette a posto, come il bianco del giorno che si unisce alla nebbia, e ricompone tutto.<br />
A fine allenamento, abbiamo passeggiato per il parco, fino alla tomba di Mohammed Shah (ce ne sono due più una moschea, questo giardino è una meraviglia e ospita svariate specie di alberi e uccelli) dove, su una panchina di pietra, abbiamo fatto 5 minuti di terapia della risata. Ridere fa bene alla circolazione, al cuore e alla mente. Ma provocarsi una risata sembra impossibile. Invece non lo è: se inspiri tre volte e alla terza espiri risate, più o meno funziona. Inspira-espira, inspira-espira, inspira e….emetti un AH AH AH AHHAHA con voce tonante. Giuro, alla fine, finisci per ridere o per far ridere gli altri, che fanno ridere te, e il cerchio si chiude.<br />
“Tutto sta nel creare il proprio TEAM”, ha confermato l’istruttore, mentre tutti lasciavamo il parco, i delhitesi prendevano le auto o salivano sull’autobus e noi avevamo il nostro taxi. Ma non è l’unico mezzo che abbiamo usato quel giorno: al mercato della vecchia Dehli siamo andati in risciò. Ma questo ve lo racconto nel prossimo post.<br />
Ps: è ufficiale cerco membri per creare un team della risata. Scrivetemi!</p>
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		<title>Viaggio in India: Day #7. Il ritorno</title>
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				<pubDate>Mon, 05 Nov 2012 16:35:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Paoli]]></dc:creator>
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				<description><![CDATA[<p>Voglio cominciare con il ritorno a casa. Intanto perché viaggiare indietro nel tempo è un lusso che solo la scrittura [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2012/11/IndiaG7.png" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img class="alignright" alt="IndiaG7" src="http://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2012/11/IndiaG7-225x300.png" /></a>Voglio cominciare con il ritorno a casa. Intanto perché viaggiare indietro nel tempo è un lusso che solo la scrittura ti permette. E poi perché la partenza e il distacco ti permettono di leggere le cose in maniera molto più acuta che l’esserci immersa. Quando sei in India, sei ubriaco e stravolto. Io almeno lo ero. Ti senti indifeso e pieno di domande. Ti manca il quadro, vedi solo i particolari. E i dettagli possono essere totalmente incongruenti, come un bambino di pochi mesi che giace nudo e solo su un marciapiede, in mezzo alla polvere, e una colazione in piscina in un palazzo lustro e lussuoso come il Taj Mahal Palace di Mumbai.<br />
Quando sei sul volo di ritorno, improvvisamente, inizi a vedere. Io per la verità avevo più delle allucinazioni. Stavo male. Avevo nausea e febbre e un mal di testa lancinante. Una sensazione di montagne russe nello stomaco, come per un innamoramento feroce e imprevisto. Possibile?<br />
Ho viaggiato con la Jet Airways in Economy class, ma con un po’ di fortuna (o sarà stata le dea Lakshmi che ho comprato in una bancarella che ha 4 mani?), ho avuto i 4 posti centrali della fila 18 tutti per me. E dunque 4 cuscini rossi peperoncino dove appoggiare la testa e coprire i ganci delle cinture di sicurezza per creare un lettino perfetto, 4 coperte beige con quadri madras rossi per ripararmi da aria condizionate e rincalzare i piedi ghiacciati. Dopo il decollo, mi sono stesa, e in uno stato febbricitante, ho avuto il mio secondo viaggio in India.<br />
Allucinazione 1. Il mercato di Delhi, le donne a terra che vendono fiori, meglio, corolle di fiori, arancioni, rosso sangue e bianche, raccolte in enormi sacchi e vendute per farne corone di auguri o benvenuto, profumate e brillanti.<br />
Allucinazione 2. I temporali del Kerala, i marmi luccicanti di pioggia del resort Vivanta by Taj Bekal, che aggiungevano splendore allo splendore.<br />
Allucinazione 3. Il mondo dal vetro del pulmino, la coppia in moto – lei in nero col velo, lui in camicia madras e jeans, che trasportava una seggiolina di plastica blu, un’anziana in sari che si pettinava i capelli bianchi in mezzo allo slum, la donna, indomita, che nello stesso slum, stendeva il bucato.<br />
Allucinazione 4. Il parco Lodhi di Dehli immerso nel buio e in una nebbia bianca e densa alle 6 di mattina, quando su una panchina di pietra di fronte al mausoleo di Mohammed Shah ho provato a “espirare” risate e finito col ridere davvero a forza di ah ahaha aaaaahh (chissà se il defunto se la rideva pure lui).<br />
A un certo punto mi sono fatta portare un tè con molto limone. Volevo tornare alla realtà. Per fortuna il risveglio è stato dolce. La Jet Airways è una compagnia indiana che vi consiglio vivamente e di cui vi parlerò meglio più avanti. Merita.<br />
Volete saperne di più? Seguitemi su lostinfashion.it, un post al giorno sull’India per tutta la settimana. Buon viaggio!</p>

<a href='https://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2014/04/IndiaG7d.jpeg' title="" data-rl_title="" class="rl-gallery-link" data-rl_caption="" data-rel="lightbox-gallery-7"><img width="150" height="150" src="https://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2014/04/IndiaG7d-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="" /></a>
<a href='https://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2014/04/IndiaG7c.jpeg' title="" data-rl_title="" class="rl-gallery-link" data-rl_caption="" data-rel="lightbox-gallery-7"><img width="150" height="150" src="https://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2014/04/IndiaG7c-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="" /></a>
<a href='https://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2014/04/IndiaG7b.jpeg' title="" data-rl_title="" class="rl-gallery-link" data-rl_caption="" data-rel="lightbox-gallery-7"><img width="150" height="150" src="https://www.lostinfashion.it/wp-content/uploads/2014/04/IndiaG7b-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail" alt="" /></a>

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